Quasi tutti cominciano dal tema. Si sceglie una grafica che piace, la si installa, e poi si cerca di farci entrare il resto: i contenuti, le funzioni, il negozio online che magari servirà tra sei mesi. È il modo più rapido per ritrovarsi con un sito da rifare.
Un sito WordPress si mette online in poche ore. Le scelte che lo rendono solido vanno fatte prima, e alcune sono difficili da cambiare dopo: il tipo di sito, il dominio, l’hosting, il modo in cui verrà costruito. Questa guida le mette in ordine, dalla prima all’ultima.
In breve
Per creare un sito WordPress servono un dominio, un hosting e WordPress installato, che è gratuito. Prima dell’installazione vanno decisi l’obiettivo del sito, la piattaforma (WordPress.org o WordPress.com), un hosting adatto a quello che il sito dovrà fare e il metodo di costruzione. Tema e plugin vengono dopo, e meno sono, più il sito resta stabile.
1. Che tipo di sito ti serve
La prima decisione non è tecnica. È capire che cosa deve fare il sito, perché da lì dipende tutto il resto: quante pagine avrà, quanto peserà sul server, quali plugin serviranno e quanto tempo richiederà.
| Tipo di sito | A cosa serve | Cosa cambia nella costruzione |
|---|---|---|
| Sito vetrina | Presentare un’attività e farsi contattare | Poche pagine, un modulo di contatto, attenzione a velocità e ricerche locali |
| Blog | Pubblicare contenuti con continuità | Categorie, struttura degli articoli, impaginazione pensata per la lettura |
| Portfolio | Mostrare lavori e progetti | Gallerie e immagini curate, quindi attenzione al peso dei file |
| E‑commerce | Vendere online | WooCommerce, pagamenti, spedizioni, fatturazione e un hosting con più risorse |
La distinzione che pesa di più è l’ultima. Un e-commerce non è un sito vetrina con un carrello in più: ha esigenze di server, sicurezza, gestione fiscale e manutenzione di un altro ordine. Se c’è anche solo la possibilità di vendere online entro un anno, conviene saperlo adesso, perché cambia la scelta dell’hosting e del tema.
Anche il blog merita una riflessione. Creare un blog con WordPress è tecnicamente semplice, ma un blog vive di costanza: senza un piano per pubblicare con regolarità, un sito vetrina ben fatto rende di più di un blog fermo al terzo articolo.

2. WordPress.org o WordPress.com
Esistono due WordPress, e confonderli è all’origine di molte scelte sbagliate fatte all’inizio.
WordPress.org è il software: gratuito, open source, da installare su un hosting che scegli tu. Il sito è tuo, puoi installare qualsiasi tema e plugin e puoi spostarlo da un fornitore all’altro quando vuoi. È quello di cui parlano quasi tutte le guide, questa compresa.
WordPress.com è un servizio di hosting gestito che usa lo stesso software. All’inizio è più semplice, perché non devi occuparti del server, ma pone dei limiti. Sul piano gratuito l’indirizzo del sito è un sottodominio di wordpress.com e non puoi installare plugin: per farlo serve un piano a pagamento.
Per un’attività professionale la scelta ricade quasi sempre su WordPress.org con un hosting proprio: più libertà, costi prevedibili e nessun vincolo con un singolo fornitore.

3. Dominio e hosting: le due scelte difficili da cambiare
Il dominio è l’indirizzo del sito, l’hosting è il server che lo ospita. Si comprano spesso insieme, ma restano due decisioni distinte ed è utile trattarle così.
Il dominio
Le regole che contano sono poche: breve, facile da dettare al telefono, senza trattini né numeri superflui. Per un’attività che lavora in Italia l’estensione .it è la scelta più naturale, perché dice subito dove operi.
Un controllo che conviene fare sempre: il dominio deve essere intestato a te o alla tua attività, non a chi lo registra per tuo conto. E va scelto pensando al lungo periodo, perché cambiarlo dopo il lancio significa gestire i reindirizzamenti e accettare un periodo di assestamento nei risultati di ricerca.
L’hosting
È la scelta che pesa di più sulle prestazioni, e quella che si tende a fare guardando solo il prezzo. Per un sito vetrina o un blog un hosting condiviso è sufficiente; per un e-commerce servono più risorse fin dall’inizio.
Quattro criteri fanno la differenza: il tempo di risposta del server, il tipo di web server, il prezzo al rinnovo e l’assistenza. Li ho messi a confronto nella guida sui migliori hosting condivisi per WordPress, con cinque provider italiani e i rispettivi punti di forza.
Partire dal piano più economico e cambiare in seguito è possibile, ma una migrazione costa sempre tempo, e un hosting sottodimensionato è tra le cause più frequenti di un sito WordPress lento.
4. Editor a blocchi o page builder
Qui si decide come verrà costruito il sito e, di conseguenza, chi potrà modificarlo in futuro.
WordPress include un editor a blocchi nativo. Con i temi a blocchi permette di costruire l’intero sito, compresi intestazione, piè di pagina e modelli di pagina, senza plugin aggiuntivi. I page builder come Elementor sono plugin che offrono un editor visuale più ricco, con un controllo molto preciso su layout, spaziature e versione mobile.
| Criterio | Editor a blocchi | Page builder |
|---|---|---|
| Peso sul codice delle pagine | Contenuto | Maggiore, cresce con le sezioni annidate |
| Controllo su layout e mobile | Buono, più strutturato | Molto granulare |
| Cosa va mantenuto | WordPress e il tema | Anche il builder ed eventuali addon |
| Legame con lo strumento | Basso | Alto: le pagine restano legate al builder |
L’ultima riga è quella che si sottovaluta. Un sito costruito con un page builder resta legato a quel builder: cambiare tema è semplice, abbandonare il builder significa ricostruire le pagine.
Nessuna delle due strade è sbagliata in assoluto. Il criterio è chi gestirà il sito. Se sarai tu, con modifiche frequenti e senza voler toccare codice, un page builder dà autonomia. Se il sito cambierà poco e la velocità è la priorità, l’editor a blocchi basta e avanza. Chi sceglie Elementor fa bene a conoscere in anticipo anche i problemi tipici, che ho raccolto nella guida su cosa fare quando Elementor non funziona.
5. Quali plugin installare
Appena installato WordPress, la tentazione è aprire la libreria dei plugin e aggiungere tutto quello che sembra utile. Ogni plugin però è codice in più da caricare, da aggiornare e da far convivere con gli altri.
Per la maggior parte dei siti bastano poche funzioni, coperte da un plugin ciascuna:
- SEO, per gestire titoli, meta description, sitemap e dati strutturati.
- Backup automatici, salvati fuori dal server e ripristinabili.
- Cache, per servire le pagine più in fretta, se l’hosting non la gestisce già a livello di server.
- Modulo di contatto, uno solo e leggero.
- Invio delle email via SMTP, perché le email del sito, comprese quelle dei moduli, arrivino a destinazione.
Per scegliere tra plugin simili, due criteri pratici: che siano aggiornati di recente e che abbiano una base di installazioni ampia. Un plugin abbandonato da anni è un rischio di sicurezza e una delle cause più frequenti di errori critici dopo un aggiornamento.
Il numero di plugin conta meno di quello che fanno. Ma meno sono, meno cose possono rompersi.
6. Struttura e contenuti prima della grafica
È la fase che si salta più spesso, ed è quella che separa un sito che porta contatti da una brochure online.
Prima di scegliere colori e font, conviene scrivere l’elenco delle pagine e, per ognuna, a cosa serve e cosa deve fare chi la legge: telefonare, compilare un modulo, acquistare, passare a un’altra pagina. È la mappa del sito, e da lì derivano il menu, i collegamenti interni e l’ordine dei contenuti.
Per un sito vetrina la struttura di partenza è semplice: home, una pagina per ogni servizio principale, chi sono, contatti. Blog, casi studio e pagine dedicate possono arrivare dopo. Poche pagine fatte bene valgono più di venti pagine abbozzate.

I testi andrebbero pronti prima della costruzione, almeno in bozza. Un layout disegnato attorno a un testo di riempimento si rompe quasi sempre quando arriva il testo vero: titoli più lunghi del previsto, paragrafi che non entrano nello spazio, immagini che ancora non esistono.
7. L’installazione è la parte più semplice
Paradossalmente, installare WordPress è il passaggio che richiede meno tempo. La maggior parte degli hosting offre un’installazione automatica dal pannello di controllo, spesso tramite Softaculous: si sceglie il dominio, si impostano le credenziali di amministrazione e in pochi minuti il sito è online.
Tre impostazioni vanno sistemate subito dopo, prima di costruire qualsiasi pagina.
- Permalink. In Impostazioni, Permalink, scegli la struttura con il nome dell’articolo. Cambiarla quando i contenuti sono già indicizzati significa gestire decine di reindirizzamenti.
- Utente amministratore. Un nome utente diverso da “admin” e una password robusta.
- Visibilità sui motori di ricerca. Durante la costruzione puoi scoraggiare l’indicizzazione da Impostazioni, Lettura. È anche la casella che più spesso ci si dimentica di togliere al momento del lancio.

Se vuoi fare pratica prima di andare online, WordPress si può installare anche in locale, sul tuo computer, e trasferire sul server quando il sito è pronto.
8. WordPress è gratis, il sito no
La domanda su come fare un sito con WordPress gratis torna spesso, e la risposta sta a metà strada. Il software è gratuito e lo resterà. Il resto ha un costo.
- Hosting: per un condiviso affidabile, indicativamente da 26 a 90 euro l’anno.
- Dominio: pochi euro l’anno per le estensioni più comuni, spesso incluso il primo anno insieme all’hosting.
- Tema e plugin premium: facoltativi, alcuni con licenza annuale.
- Il tempo di chi costruisce il sito: la voce che pesa di più, che sia il tuo o quello di un professionista.
Le soluzioni completamente gratuite esistono, ma presentano sempre il conto in un’altra forma: un sottodominio che non è tuo, pubblicità inserita dal fornitore, limiti che arrivano proprio quando il sito comincia a funzionare. Per un progetto personale possono bastare. Per un’attività, raramente.
9. Fai da te o professionista
Arrivati qui, la domanda vera è una sola: il sito lo costruisci tu o lo fai costruire?
Il fai da te ha senso quando hai tempo da dedicarci, ti interessa capire lo strumento e il sito non deve produrre risultati domani mattina. WordPress si impara, e chi lo impara bene risparmia per anni su ogni piccola modifica. Il limite è il tempo: la prima volta, le decisioni descritte in questa guida richiedono settimane di prove, e alcuni errori emergono solo dopo il lancio.
Affidarsi a un professionista ha senso quando il sito deve portare clienti fin da subito, quando serve un e-commerce, o quando il tuo tempo rende di più speso sulla tua attività. In quel caso conviene guardare cosa ha già realizzato chi ti propone il lavoro, più di quello che promette.
Esiste anche una via di mezzo, che per molti è la più sensata: costruire il sito da sé facendosi seguire sulle parti che contano. Si arriva a un sito proprio, si impara a gestirlo e si evitano gli errori più costosi.
Da che parte vuoi partire?
Se preferisci imparare a costruire il tuo sito, puoi partire dalle lezioni private di WordPress ed Elementor. Se invece vuoi affidarlo a qualcuno, nel portfolio trovi i lavori già realizzati.
Parliamone in una consulenza WordPress, partendo dal tuo progetto
Domande frequenti
Quanto tempo serve per creare un sito WordPress?
Dipende quasi interamente dai contenuti. Un sito vetrina con testi e immagini già pronti si costruisce in pochi giorni; lo stesso sito con i testi ancora da scrivere può richiedere settimane. La parte tecnica è raramente il collo di bottiglia.
Serve saper programmare?
Per un sito vetrina o un blog, no. L’editor a blocchi e i page builder permettono di costruire senza scrivere codice. Qualche nozione di HTML e CSS diventa utile quando si vuole andare oltre i limiti del tema o risolvere un problema di impaginazione.
Posso cambiare tema dopo aver creato il sito?
Sì, e i contenuti restano. Quello che si perde è l’impaginazione legata al tema: se le pagine sono state costruite con un page builder, cambiare tema è semplice, abbandonare il builder molto meno.
WordPress è sicuro?
Il software di base è mantenuto e aggiornato con regolarità. I problemi di sicurezza nascono quasi sempre da plugin e temi non aggiornati, password deboli e assenza di backup, tre fattori che dipendono da come il sito viene gestito.




